In mutande

Lunedì, ore 13.15.

“Cosa faccio, lo prendo l’ombrello?” penso uscendo per la pausa pranzo.
“Inizia a scendere qualche goccia… mmm… meglio portarselo dietro.”

20140722-102214-37334282.jpgPercorro i 250 metri che mi separano dal PAM, il supermercato dove faccio la spesa, sotto qualche gocciolina di pioggia. Sono in maglietta, è il 21 Luglio, è estate da un mese ma mi pento di non aver indossato una giacca o un pile. Fa più che freschino!

Arrivo al supermercato e provo un brivido che sale fino alla punta dei pochi capelli che ho in testa: l’aria condizionata è temperatura circolo polare artico.

Velocizzo le operazioni di scelta del pranzo e mi fiondo alle casse automatiche. Vado verso l’uscita quando noto un folto gruppo di persone che osservano l’esterno dalle porte a vetri.

Ho un Déjà vu.

acquario

Mi rivedo in una gita all’acquario di Genova fatta qualche anno addietro.
Decine di persone tutte a guardare attraverso il vetro della vasca con centinaia di pesci ma soprattutto migliaia di litri d’acqua.
Con lo stesso stupore osserviamo il diluvio universale accanirsi sulla già triste e grigia Milano.
Via Olona, forte del nome che porta, si trasforma in un vero fiume. Sembra che in città abbiano ridato la luce ai navigli interrati ormai tanti anni fa.

Le auto passano sollevando onde che manco alla Hawaii…
surf-hawaii

Le persone ammassate dietro alle porto antipanico aumentano in modo proporzionale allo sgomento e alla preoccupazione di dover passare la notte dentro al PAM in attesa che passi la tempesta.
notteconglisquali

Con me ho il fidato ombrellino che, a dispetto del nome che porta stampato sulla striscia dorata (SUPER-MINI), si è sempre comportato bene. Non come i Perletti che ho avuto in precedenza. Leggi qui.

Dopo 10 minuti di attesa la pioggia sembra leggermente calata di intensità. Io ho fame, vado.

Ci provo!

Apro il SUPER-MINI ed esco ormai surgelato dal PAM.
Esco tra la folla che applaude. Attraverso l’Olona… ops, la via Olona e quando arrivo sul marciapiede opposto ho già i pantaloni bagnati alle caviglie.
Fortunatamente ho messo le Stan Smith che tengono un pochino l’acqua.

Stan Smith
Faccio altri 50 metri e arrivo al semaforo (rosso). Per evitare di essere travolto dalla tormenta che, nel frattempo, ha rinforzato, mi spalmo come un manifesto al muro di una casa.
Il ragazzo che vende gli ombrelli è in fibrillazione: corre avanti e indietro come un pazzo impugnando un fascio di ombrelli XXL. Questo sarebbe il suo momento d’oro, ma piove troppo e nessuno ha il coraggio di staccarsi dalle pareti dei palazzi e da sotto le tende dei negozi.

Ma come, sembrava stesse smettendo!!!” penso sconsolato.

“Non durerà tutta la vita, vero?”

Semaforo verde, via!
Attraversare la strada sul pavé e con i binari non è stato semplice.
Il SUPER-MINI inizia a dare segni di cedimento: sento gocce d’acqua in testa.
L’acqua arriva da ogni direzione.
Mentre cerco il punto migliore dove guadare il torrente, mi cade l’occhio sui miei jeans e penso:
Non li ricordavo così scuri questi pantaloni…” e realizzo che sono bagnato fino alle ginocchia.

Percorro la Via Carducci per altri 30 metri e l’ombrellino viene investito da raffiche di vento che lo fanno rivoltare più volte. Lui non ce la fa più e io nemmeno. Sono costretto a fermarmi nell’atrio di un palazzo. Sento freddo ovunque e sono tutto bagnato. 😉

Devo andare!

Per strada passano motoscafi, non auto.
Con il vento contro e la pasta alla greca nel sacchetto della spesa, raggiungo il portone dell’ufficio. L’ombrello sembra impazzito. La struttura di metallo è messa a dura prova. Lo chiudo in qualche modo e stremato entro finalmente in ufficio.

Mi guardo e penso che l’unica cosa asciutta che ho è la pasta ne sacchetto.
Sento l’acqua dentro le scarpe.
Provo slacciare le scarpe ma le stringhe bagnate sembrano essersi saldate tra loro.
I jeans sembrano dei leggings e sono diventati blu scuro. Devo assolutamente strizzarli.
Per fortuna nella pausa pranzo sono solo in ufficio perché lo spettacolo non è dei migliori.

Via le scarpe, via i pantaloni e rimango in mutande. Strizzo anche le calze e accendo l’inverter.
Metto 26°, che poi dovrebbe essere la temperatura media del periodo.
Raggiungo il fondo quando sfrutto le ventole della torretta degli hard disk per asciugare le calze. Che immagine triste.

Scaldo il pranzo e  mi rivesto sperando che il calore del corpo asciughi i pantaloni.
Mangio le crocchette di patate a temperatura palla di fuoco come i pomodorini di Fantozzi. Devo scaldarmi in ogni modo e questo sistema sembra funzionare bene.

Rimango umido per tutto il pomeriggio consapevole che il raffreddore sarebbe stato in agguato. Finito di lavorare torno a casa prendendo al volo il treno delle Nord.
Salgo sul primo vagone e l’unico posto è sotto la bocchetta dell’aria condizionata.
Ci manca solo che mi venga il torcicollo. 😦

BASTA!!! VOGLIO TORNARE A CASA!!!

!!! RIDATECI L’ESTATE !!!

Annunci

4 pensieri su “In mutande

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...